A Mestre con Mario Paolini nel 2003 2017-09-23T15:08:12+00:00

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    Tutti hanno un particolare vissuto verso i Down ed esiste una serie di stereotipi che, consciamente o inconsciamente, agiscono nel nostro modo di rapportaci con loro.
    Ciò che tutti sanno è che nella S.D. ad essere colpita è l’intelligenza, cioè il prerequisito per eccellenza per riuscire a scuola e nella società competitiva. Non mi sento di definire cos’è l’intelligenza, ma vi invito a riflettere (memoria, logica, capacità di astrazione??) e quanto l’essere intelligenti serve nella vita.
    Vorrei ricordare una semplice verità: il vero parto dei genitori forse comincia proprio col primo giorno di scuola; i primi passi di ogni bambino non sono verso la madre, ma lontano dalla madre ( come tutti voi sapete) e possono creare ansie in ogni genitore specie se di un figlio come Giulia DIVERSAMENTE ABILE, come si dice oggi.
    La famiglia, gli insegnanti e poi gli operatori entrano in una relazione reciproca, che avrà a che fare con le ansie reciproche, ma questo argomento lo vorrei riprendere più avanti o meglio lasciare al dibattito.
    Situazione ottimale: un rapporto tra famiglia e operatori basato essenzialmente sulla fiducia reciproca.
    Il saper ascoltare necessita di alcune condizioni quali la considerazione positiva della persona disabile, il riconoscimento dell’identità personale e della sua specificità. “Ascoltare non è udire , va ascoltato il detto e il non detto” e questo richiede conoscenze scientifiche e culturali ed una forte professionalità. Il soggetto va pensato e considerato come qualcuno che vuole, cerca e desidera autonomamente (F. Gatto 2001).
    Una volta garantito il diritto all’educazione e all’inserimento, inteso sempre nella scuola e nella società, dovrebbe essere debellato il rischio della segregazione, questo non significa però aver realizzato un’effettiva integrazione. Se da un lato oggi è legittimo affermare che l’inserimento è pressochè generalizzato, dall’altro si può sostenere che la loro integrazione è molto meno frequente. Una vera integrazione scolastica e lavorativa è possibile per molte persone con S. D., si deve quindi procedere con modelli veramente innovativi e rispettosi, non solo formalmente, della dignità dell’individuo (S. Soresi 2002; A. Moretti 2002). )
    Renata: Oggi riesco a vedere che a volte il mio atteggiamento verso Giulia era, forse è, di mancanza di fiducia, forse più legato a me stessa, alla paura di non saper cosa fare o di fare cose e scelte sbagliate, che non alle sue reali potenzialità. Spesso capita che, essendo il bambino Down un bambino diverso, qualsiasi suo comportamento “diverso” sia letto in chiave Down. Esiste un particolare aspetto fisico e un deficit intellettivo, ma anche lui si costruirà un suo mondo affettivo, relazionale, specifico con modalità analoghe a quelle di tutti gli altri bambini.
    “Si comporta così perché è Down o perché è così in questo contesto?” confesso che me lo chiedo ancor oggi.
    A questo punto mi preme sottolineare il complicato discorso delle aspettative, sia della famiglia che della scuola che della società, e per chiarire porterò come esempio un esperimento fatto negli S.U. in una scuola con bambini normali: si è attribuito a studenti con Q.I. alto, un Q.I. basso e viceversa. Alla fine dell’anno si è visto come questo trucco abbia contribuito ad una diversa valutazione da parte degli insegnanti (in base ai Q.I. ricevuti) e, forse come conseguenza, ad un diverso profitto da parte degli allievi.
    – Un esperimento simile non si può fare con i genitori, ma anche il loro ruolo è determinante per il grado di autonomia e di autostima che il figlio avrà, ma questo è ancora per me un tasto delicato e vorrei sorvolarlo o lasciarlo al dibattito.
    Una persona D. è il risultato del suo essere, compreso il suo deficit intellettivo, correlato però con il suo sviluppo affettivo e relazionale.
    Essi rispondono alle comunicazioni verbali, ma soprattutto a quelle non verbali, cioè al tipo di rapporto vero, alla fiducia o meno, al di là delle parole dette. In questo “sentire gli altri” Giulia è sempre stata molto più abile e più sensibile di me.
    Questo è collegato al grande dislivello tra la capacità di capire e la capacità di esprimersi; un mutismo, o grosse difficoltà nel settore linguistico, non corrisponde ad un mutismo intellettuale ed emozionale; ”non parla o parla male dunque non capisce e non sente”.
    Ricordo che ad un mia richiesta: “Giulia cerca di parlare bene, altrimenti gli altri non ti capiscono” lei ha risposto: “chi vuole mi capisce”.
    Anni fa mi ha chiesto, a bruciapelo, a cena con i suoi fratelli: perché tu e papà non siete Down, Riccardo non è Down, Corrado, il fratello nato nel 1995, non è Down?? e io si!!!! volevo dire qualche cosa, ma cosa?? e così mi è venuta questa frase: ma se tu non fossi Down cosa cambierebbe nella tua vita? Ero convinta che avrebbe pensato a lungo e forse mi avrebbe risposto “NULLA”, invece lei immediatamente ha risposto: A SCUOLA.
    Sono seguiti giorni bui per me, finalmente ho messo a fuoco che il mio senso di colpa in quanto genitrice non aveva niente in comune con la sua accettazione e presa di coscienza. Per fortuna esistono gli psicologi e ci siamo fatte aiutare un po’.
    Quindi Giulia sa e in qualche modo si sta costruendo una sua identità. Un po’ come capita a tutti, ma lei deve fare i conti anche con quella DIFFERENZA.
    E. Montobbio “Chi sarei se potessi essere” 2000, leggendo questo libro ho capito che i miei sogni per Giulia sono stati molto annebbiati, ma sempre era chiaro che la vita era tutta e solo sua; che prima o poi avrebbe potuto andare a vivere lontano dalla sua famiglia, con altri…amici , volontari…idealisti un po’ pazzi, o forse restare con noi, ma liberamente, per sua scelta.

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